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Parodia portami via, o Il trionfo di Talia

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(questo post è apparso anche sul Tonno che fuma)

Prosegue la serie delle “dissacrazioni poetiche”, sull’onda di Baci Perugina telematici.

MuloIl titolo di questo post, Parodia portami via, o Il trionfo di Talia è una citazione di gusto decisamente classicista: Talia, infatti, è la musa che viene associata alla commedia e alla satira. Non è un caso che Foscolo, memore della satira civile del Parini, lo citi nei Sepolcri come “sacerdote di Talia”.

Ecco spiegato quindi il riferimento del titolo. Lungi da me un paragone quantomai fuori luogo con il Parini e, in generale, con coloro che hanno portato la poesia a vette gloriose! Il riferimento a Talia è semmai una continuazione della “vis polemica” che ha animato Baci Perugina telematici: c’è sicuramente meno astio, anche se permane un (malcelato) intento dissacrante verso i celebratori della potenza sovrana dell’Io lirico in perenne priapismo emotivo. Anzi, basta fingere, siamo sinceri: pure io voglio annullare le differenze tra Io Tonno ed Io lirico!
Benvenuti nel mio anti-Parnaso, abelianamente scanzonato.

NARCISO
E tenendo uno specchio in mano:
Parlo bene l’Italiano
Vado a capo quando voglio
Sono un poeta.

MASSO
Masso inerte,
Spinge verso le porte,
Trovata la luce del giorno di porcellana
Sarà novella Atlantide,
Sommerso per l’eternità.
Libero è lo spirito
Quando cago come un mulo.

Baci Perugina telematici

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(attenzione: contiene un post dai toni polemici! L’autore si scusa in anticipo, ma non trova altre parole)

Non so voi, ma a me certi blog letterari risultano particolarmente indigesti.

Non riesco a reggere molte piazze telematiche, blog e forum dove tutti sono grandi autori, in cui si crede (si pretende?) di fare poesia e di descrivere in modo (para)poetico e (para)elevato i grandi sentimenti che muovono l’umanità. Rompe violentemente i coglioni, più nello specifico, l’eleganza affettata e di maniera che pervade alcuni di questi tentativi poetici, che puntano a legittimarsi come specchio dell’umano sentire e in realtà, ammesso e non concesso che rispecchino qualcosa, veicolano solamente i (finti) drammi interiori di intellettuali di sinistra, area PD-Repubblica-Popolo viola e relativi gruppi su Facebook, che giocano a fare i Baudelaire de noantri. E francamente, ad un vecchio lupo di mare simil-bolscevico con derive strutturaliste come il Tonno che fuma, la cosa non va giù.

Come esorcizzare allora la bile incipiente che assale quando si leggono dette poesie d’amore, quando i pixel vengono indebitamente occupati da sinestesie a buon mercato e figure retoriche tagliate con la mannaia? Semplice, con il ricorso alla parodia. Ed è proprio per questo che pubblico queste due poesie d’amore, scritte alla maniera di molti sedicenti poeti telematici che mischiano con imbarazzante agilità registri linguistici ed immagini paurosamente eterogenee in un mix orripilante. A  voi!

Francobollo (c)ostruttivo

Ti mando una e-mail

È tanto che non ti

scrivo

e lecco il francobollo

della malinconia

e l’amore

e il sentimento

e dei poeti

il cimento

io mento

momento

non funziona la catena

e l’amore

non passa

stronzo che intasa il water

Marrone 

La vita è amore

Amore

è come scatola di

cioccolatini

in cui non sai cosa ti può capitare

Può capitarti anche

il cioccolatino gusto merda

ma qualsiasi cosa ti

capiterà

sarà pur sempre un cioccolatino

e il tuo

marrone

aroma

il profumo del concime appena sparso

che sentono coloro che

amavano

amavan

amava

amav

ama

am

a

am

ama

amav

amava

amavan

amavano

amavanoi

avevo bisogno di una lettera in più

per dirti che sei

come la i in amavano

non c’entri proprio un cazzo

(grazie a Carlo per la collaborazione)

Frammenti berlinesi, parte II

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III – Interludio: un turista italiano all’ufficio postale di Dahlem

-Quanto ci mette questo pacco ad arrivare in Italia?

-Normalmente in Germania ci mette tre giorni; per l’Italia non so, noi mandiamo il pacco fino al confine e poi lo prende in carico una società italiana. Chissà quanto ci mette, potrebbe metterci anche due settimane, una volta mi è capitata una cosa del genere.

-Sì, chissà quanto ci mette in Italia. In Italia ogni cosa dipende da Dio.

-Dal papa, vorrà dire.

-Si, da un papa tedesco.

(seguono interminabili attimi di imbarazzato silenzio)

IV – Bambini, il corso è finito. Scrivete un testo su un aspetto della vacanza che vi è rimasto particolarmente impresso.

“Alla prossima puntata”

La scrittura creativa e le tavole rotonde dove si leggono i racconti mi hanno sempre messo in imbarazzo. Non dico la lettura in pubblico, ma proprio la sola idea di dover portare qualcosa su un foglio di carta – o di pixel – basta a mettermi in imbarazzo. E quando devo scrivere qualcosa, per esigenza interiore o per imposizione esterna, vengono fuori solo testi che sanno di una micidiale miscela di ironia, sarcasmo e tentazioni suicide esistenzialiste. No, cari ascoltatori, non vi disturberò con questa cosa, l’ho già fatto due volte e ça suffit. Ma coglierò comunque lo spunto per chiudere il cerchio ideale che ho incominciato a scrivere con le riflessioni di Loewenberg.

Perché proprio Loewenberg? Al mondo c’è un casino di posticini come Loewensberg. Si, proprio così, avete ragione etc. etc. lo so. Ma Loewenberg mi ha mostrato l’altra faccia di questo paese, una faccia che forse si oppone al cosmopolitismo berlinese e forse lo richiede. Un bisogno reciproco, uno sfondo sul quale la società getta le ombre della città. Il regista dotto direbbe “hard light”, Walter Benjamin (e Brian Ferneyhough con lui) citerebbero le loro “Kurze Schatten” [lett. “Ombre corte”] per descrivere i colori e  i giochi d’ombre del rapporto città-campagna. Lo confesso: Loewensberg si è impresso nella mia immagine idillica e idealizzata della Germania e l’ha modificata. L’ex divinità, Berlino, è scesa dall’Olimpo o, detta in brutale onestà, è scivolata rovinosamente. Prima delusione: come può essere? Cazzo, ho pagato per vedere posti da turisti, non per fare visita a tre vecchi mezzi ubriachi che parlano di Bundesliga! Ma. C’è sempre un ma, qualcosa da obiettare. Loewensberg mi ha ricordato ancora una volta che il sublime richiede l’abisso per splendere, e che il piccolo ha ben bisogno di qualcosa verso cui tendere.

Ma… penso veramente così? Ja oder nein? Ma questa è tutt’altra domanda e nell’episodio odierno del mio telefilm berlinese non c’è tempo. Forse non ci sarà un altro telefilm berlinese, chissà… alla prossima puntata, alla prossima puntata.

Boris Pil’njak, “L’anno nudo”

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(questo post è comparso anche su Tonno che fuma)

Prima di incominciare questa scheda, urge una premessa. Chi scrive non ha certo pregiudizi verso ciò che si dice “arte contemporanea”, vale a dire il multiforme insieme delle manifestazioni artistiche che, a partire dai primi del novecento – riassumendo per sommi capi – ha veicolato l’immagine di un mondo in crisi nei suoi più profondi assunti filosofici e spirituali. E’ inutile sottolineare il ruolo decisivo di questa “revisione di valori” nello sgretolare le forme d’arte più consolidate dalla tradizione, fossero esse nella musica (dove Schoenberg, con la cosiddetta “emancipazione della dissonanza”, decretò la fine della tonalità), nell’arte figurativa (basti pensare alla nascita dell’astrattismo) o nella letteratura (valga come esempio su tutti un’opera come Ulysses di James Joyce).
E’ quindi scongiurato il rischio di una lettura con il paraocchi, che rifugge schifata qualsiasi forma di scrittura apparentemente non riconducibile ai canoni tradizionali.
Si è però molto perplessi nel giudicare romanzi come Golyj god/L’anno nudo di Boris Pil’njak. Le recensioni disponibili su internet sono discordi nel valutare questo romanzo dei primi del novecento russo: c’è chi lo osanna come un capolavoro dimenticato e chi invece lo cestina senza appello. Come porsi allora davanti a questo lavoro? Soprattutto, vale veramente la pena di liquidare sbrigativamente la faccenda in un senso o nell’altro?
Innanzitutto, vediamo di fare un po’ d’ordine e di identificare ciò di cui stiamo parlando. Boris Pil’njak (1894 – 1937) viene annoverato dalla manualistica in quella serie di autori che nella neonata URSS, a cavallo tra l’età di Lenin e i primi anni di quella di Stalin, offrirono, in tempi e con modalità differenti, un’immagine della realtà diversa da quella del cosiddetto “realismo socialista”: si era infatti venuto a creare un forte controllo sulle espressioni artistiche da parte dello stato, che si preoccupava di soffocare quanto fosse in disaccordo con le principali direttive ideologiche dettate dal Partito. Tra gli “scrittori maledetti” che subirono una forte censura e/o damnatio memoriae e furono costretti a venire a patti con la realtà (in termini di autocritica o esilio forzato), vengono annoverati nomi illustri come Esenin e Bulgakov, oltre a personaggi meno noti al pubblico occidentale come Zamjatin (autore di My/Noi, romanzo precursore del genere distopico) e appunto Pil’njak.
Ma veniamo al romanzo: di cosa parta L’anno nudo? L’anno cui allude il titolo è il 1919: siamo nel periodo di guerra civile immediatamente successivo alla Rivoluzione d’Ottobre, in una terra, la profonda Russia continentale quasi a ridosso del Caucaso, segnata da lotte intestine tra varie frazioni politiche (bolscevichi, anarchici…), miseria, carestie. Pil’njak dà una lettura profondamente pessimista di questa situazione politica e sociale: al crollo delle antiche certezze dello zarismo non è corrisposto nella società un altrettanto rapido riorientamento valoriale verso il bolscevismo, e ciò si deduce dal senso di incertezza, dal sentimento di inazione e di impotenza verso la realtà che pervadono tutte le figure del romanzo. A ciò si aggiungano alcune considerazioni provenienti dalla voce autoriale, che compie un’importante glossa sull’annosa questione identitaria russa: nella Russia della guerra civile si respira un disorientamento forte, una frammentazione ulteriore in un’autocoscienza nazionale strutturalmente scissa tra contraddittori sentimenti di appartenza all’Europa, all’Occidente (inteso come categoria culturale di civiltà, lumi, progresso, potenza coloniale) e all’Asia, all’Oriente (il riferimento è sempre stato, nel pensiero russo, al presunto regresso dovuto al plurisecolare dominio imposto alla Russia dai Mongoli dell’Orda d’oro). La Rivoluzione avrebbe così incarnato, stando alle parole di Pil’njak, le primordiali forze asiatiche della Russia, riportandola perciò in un’inedita posizione di forza e potenza, prima che davanti agli altri stati, davanti ai propri fantasmi storico-identitarie.
Ma al di là delle considerazioni che potremmo considerare a vario titolo ideologiche, di cosa parla precisamente il romanzo? Quali vicende ci offre l’autore? Ebbene, è impossibile dire che L’anno nudo abbia una trama. Manca quello che i formalisti avrebbero definito sjuzhet, ovvero un intreccio di eventi delineati all’interno di una sequenza che ha sempre un capo e una coda. Mancano in sostanza delle vicende sufficientemente ben delineate da essere suscettibili di uno sviluppo letterario, e quindi di essere lette. Siamo davanti ad un mosaico eterogeneo di storie personali: nella città di Ordynin, sfondo su cui viene proiettata la costellazione di personaggi ed eventi proposta dal romanzo, compaiono nobili decaduti, rivoluzionari delusi, anarchici, malati terminali con aspirazioni suicide. A legare le loro storie personali, abbozzate velocemente, irregolarmente eppure in modo abbastanza vivo, giunge il costante e martellante riferimento alla Rivoluzione d’Ottobre, vera e propria ossessione che percorre il romanzo da cima a fondo.
Manca qualcosa. La moltiplicazione vertiginosa delle figure, degli “attori” all’interno di un romanzo, è un procedimento che normalmente richiede un dominio sicuro della materia letteraria da parte dello scrittore. Valga come esempio in questo senso Il maestro e Margherita di Bulgakov, dove la comparsa di una messe di figure eterogenee riflette la caoticità di una realtà dove naturale e sovrannaturale si intrecciano continuamente, senza però che la narrazione perda in senso complessivo di coesione ed unità. Non si può dire che altrettanto avvenga ne L’anno nudo, dove la moltiplicazione dei piani narrativi non avviene con la stessa felicità che contraddistingue il romanzo di Bulgakov. Eppure la lettura restituisce una certa sensazione, almeno ad una prima lettura, di modernità, di un quadro della società post-rivoluzionaria russa complessivamente vivido: permane però, alla fine del romanzo, una sensazione di amaro in bocca, quasi la narrazione non avesse avuto un esito appagante.
C’è da dire infine che, mentre romanzi come Il maestro e Margherita possiedono una forza che trascende le condizioni concrete di creazione dell’opera, altrettanto non avvenga ne L’anno nudo, strutturalmente e tematicamente legato a doppio filo alla Rivoluzione: se si vuole considerare un romanzo un capolavoro, bisogna che questo sia in grado di offrire messaggi validi al di là delle situazioni storiche contingenti riproposte nella narrazione e spesso, come in questo caso, coincidenti con le “quinte” del romanzo.
Insomma, probabilmente la verità nei giudizi su questa opera di Boris Pil’njak stanno nel mezzo. Ad ogni modo, se volete toccare con mano, recentemente l’opera è stata riproposta da UTET, dopo una prima pubblicazione Garzanti nel 1965. A sostanziale parità di traduzione e di prezzi, è quasi consigliato l’acquisto sul mercato dell’usato dell’edizione Garzanti, che ha una sovracoperta decisamente più intrigante dell’anodina brossura UTET.

Frammenti berlinesi, parte I

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Prove tecniche per una prefazione

Fare un corso di germanistica a Berlino vuol dire tante cose: bere tanta birra, pagare un cartone da sei di birra poco più di tre euro, nausearsi per il solito pranzo fatto di Currywurst e patatine con la maionese, andare per la prima volta in vita propria in discoteca ed uscirne dopo dieci minuti (tra discoteca e biblioteca, meglio biblioteca), litigare con una dispensa di trecento pagine non rilegate (e godere quando la si getta via a fine viaggio), partecipare alle lezioni e, last but not least, prendere parte agli esercizi di scrittura creativa che gli insegnanti “propongono”, nella speranza di esercitare una lingua che altrimenti resta confinata al piano dell’espressione parlata. Nemmeno troppo bene, poi.

Il risultato spesso non è entusiasmante: la “palette” in genere va dallo scampato aborto al neonato cui la natura non ha concesso il dono della bellezza. Wow! Eppure ogni tanto qualcosa di simpatico viene fuori. E c’è grande piacere nel ritrovare il proprio stile di scrittura e il proprio modo di giocare con le parole in un terreno ostile come può essere – e di norma lo è, fino a prova contraria – una lingua straniera. Gli stranieri poi non capiscono lo humor da Tonno e ci restano mediamente di sale, ma tutto sommato chi se ne frega.

Ho scritto per la prima volta in tedesco, ho tradotto per la prima volta me stesso: un doppio debutto. Ed ecco quindi ciò che si è più o meno salvato: tre piccoli frammenti, tutti legati alla vita berlinese e ad un incontro illuminante con la campagna brandeburghese, in ispecie con un piccolo posto dimenticato da Dio che porta il nome di Loewenberg. Tenete a mente questo nome: sarà il filo rosso che lega, in modo nemmeno troppo implicito, i miei brevi récit de voyage.

A voi.

I – Bambini, descrivete la nostra bellissima ed originalissima gita di ieri a Loewenberg.

“Loewenberg (Mark)”: questo era scritto. Solo il cartello, due binari, un edificio. E quasi nient’altro, se non un ristorante chiuso e due costruzioni anonime. Eravamo capitati in un deserto, e le uniche tracce della civiltà erano due edifici completamente muti e, a tutta prima, disabitati. E il cielo grigio-bianco gettava una specie di ombra chiara sulla campagna, di modo che tutti i colori impallidivano alla mia vista e che io altro non percepivo, se non una realtà in bianco e nero. So già la domanda: il bianco e nero è artificiale, non c’è alcuna realtà in bianco e nero propriamente intesa, è solo un’invenzione. No, ce n’è una. E quella scena, per quanto potesse essere variopinta e nonostante gli edifici rossi, la brughiera verde, le carrozze rosse del treno che era lì e gli alberi di cui non mi ricordo il colore, mi appariva cionondimeno solitaria, desolata, proprio in bianco e nero.

Più tardi siamo capitati in una piccola locanda e tutto sembrava così privo di colore, slavato.

Gli unici colori che mi era concesso di vedere erano quelli delle voci dei miei amici: chiari, variopinti, felici, dio sa quali fossero e che sentimenti esprimessero. Ma l’ambiente circostante, non solo il panorama, l’intero ambiente mi sembrava in qualche modo così sconsolato, dimenticato da dio… solitario. Solitario, solitario, solitario e ancora una volta solitario. Una contraddizione che urlava in silenzio e si accompagnava ai miei cupi pensieri.

II – E ora, facciamo un po’ di esercizi di scrittura creativa. Dai, scrivete una lettera.

Caro amico senza nome,

siedo qui alla scrivania e proprio non so cosa dovrei scrivere. Potrei parlarti del tempo, in ogni discorso il tempo è l’argomento che più si adatta alla discussione, se mancano altri argomenti. Non ti conosco, non ancora. Cosa ti piace, cosa non ti piace? Spesso la gente scrive di cose che sa già e ogni lettera diventa quindi un motivo per dire cose che già sono state dette. Vorrei che qualcuno mi offrisse l’opportunità di pormi domande su me stesso. Una richiesta impegnativa e forse un tantinello irritante, può essere, ma allora che scriviamo a fare? Le parole spesso sono glabre, fredde, vuote, prive di significato. “Mi fa schifo questo secolo di imbrattapagine”, disse il Franz Moor dei “Masnadieri” di Schiller, e potrei fare mie queste parole. Per questo ti scrivo, amico senza nome, per scrivere al silenzio. E il silenzio è il migliore amico del genere umano, perché coloro che parlano con lui non sentono solo la propria voce, ma hanno una chance per sentire gli spazi bianchi tra le parole, per guardarli, per toccarli con mano, per comprenderli. Nell’eterna convinzione che ciò che non è detto sia ciò che ha più significato.

Eternamente tuo

(continua…)

F. Dürrenmatt, M. Frisch: “Corrispondenza”

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(questo posto è uscito, con piccole modifiche, su Il Tonno che fuma)

Corrispondenza  raccoglie il carteggio epistolare tra i due numi tutelari della letteratura svizzera contemporanea, Friedrich Dürrenmatt e Max Frisch, corredato da un bellissimo apparato critico a cura di Peter Rüedi (edizioni Casagrande).

Questo libro colma, almeno parzialmente, una lacuna nel mercato editoriale italiano: almeno che io sappia, non esistono monografie in italiano su questi autori. Non mancano i saggi che focalizzano singoli aspetti della loro produzione, anzi, direi che esistono degli esempi veramente edificanti, come alcuni saggi delle raccolte Il romanzo tedesco del novecento, a cura di Cesare Cases (uno dei numi tutelari della germanistica italiana) e Costruir su macerie di Maurizio Pirro (studioso molto più giovane, ma di solidissima preparazione e di raffinata caratura). Mancano però contributi che ritraggano a tutto tondo i due “numi tutelari” della letteratura elvetica del novecento e che uniscano ai meri dati biografici un solido inquadramento nell’ambito della cultura svizzera e tedesca in generale.

Bisogna essere sinceri. L’epistolario di Frisch e Dürrenmatt soffre di due grandi difetti: dimensioni ristrette e alternanza di periodi di contatti frequenti ad altri, a volte molto lunghi, di silenzio. Questo costringe spesso a leggere tra le righe, ad interpretare lettere a volte talmente stringate da non riuscire a capire di che cosa si stia parlando. Peter Rüedi, il curatore, ci aiuta da una parte tramite una tavola sinottica che mostra in parallelo vita ed opere di Frisch e Dürrenmatt, dall’altra con un apparato di note molto preciso, ricco di puntuali riferimenti sia ai corpus creativi che alla ricezione da parte della critica.

Il vero punto di forza dell’apparato di Rüedi è però un saggio introduttivo che, a parte qualche piccola prolissità, è di eccellente fattura. In sintesi, questa lunga prefazione demolisce il luogo comune che voleva Frisch e Dürrenmatt come un’entità indivisibile,  un equivoco – nato in Germania e poi diffusosi a macchia d’olio – opera di critici che accorpavano senza tanti riguardi i due personaggi, indicandoli come unici personaggi degni di nota nella realtà culturale svizzera; una Svizzera percepita da molti come provinciale, isolata, sterile: Schweiz als Gefängnis, la Svizzera come prigione, ebbe modo di dire lo stesso Dürrenmatt in un suo celebre discorso tenuto poco prima di morire.

Se è vero che Frisch e Dürrenmatt erano accomunati, oltre che da stima reciproca, anche da una comune insofferenza per la Svizzera contemporanea – che, risparmiata dalla seconda guerra mondiale era sostanzialmente rimasta fuori dal procedere storico, perdendo una grande occasione per costruire una forte identità nazionale – , è anche vero che il loro rapporto fu costellato di innumerevoli alti e bassi. L’amicizia tra queste due grandi personalità è stata segnata da innumerevoli incomprensioni, da provocazioni più o meno aperte, da una competizione non sempre sana in cui giocavano un ruolo non secondario molte istituzioni culturali svizzere (penso ai teatri stabili di Zurigo, primi anni ’50, e Basilea, fine degli anni ’60) e cui molti intellettuali tedeschi assistevano in qualità di spettatori non sempre entusiasti e schierati apertamente da una delle due parti (mi viene in mente Uwe Johnson, che intrattenne una lunga corrispondenza epistolare con Frisch e non mancò di segnalare all’amico l’insensatezza delle varie querelle con Dürrenmatt).

Rüedi, forte di una conoscenza capillare di Dürrenmatt e di una dichiaratamente meno forte, ma comunque significativa, di Frisch, racconta questa serie di eventi collocandoli nella scena culturale svizzera del dopoguerra e facendo emergere due ritratti molto diversi, che fanno effettivamente a pugni con l’immagine del “binomio di ferro” e della perfetta consonanza tra Frisch e Dürrenmatt: lucido e distaccato il primo, forse più geniale ma intimamente più tormentato il secondo. Tutto l’apparato, comunque, è teso a demolire il luogo comune di un’amicizia di ferro. Io e Dürrenmatt siamo condannati ad essere amici, confessò Frisch in un’intervista televisiva del 1961 rilasciata a Corinne Pulver: forse già sentiva il peso degli attriti e presagiva la fine che sarebbe arrivata venticinque anni dopo, con una commovente lettera da parte di Dürrenmatt che chiude la raccolta di cui vi ho appena parlato.

In conclusione, se siete interessati alla letteratura tedesca contemporanea fate un salto su BOL o IBS e comprate questo libro. Vedrete che saranno soldi ben spesi.