Frammenti berlinesi, parte II

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III – Interludio: un turista italiano all’ufficio postale di Dahlem

-Quanto ci mette questo pacco ad arrivare in Italia?

-Normalmente in Germania ci mette tre giorni; per l’Italia non so, noi mandiamo il pacco fino al confine e poi lo prende in carico una società italiana. Chissà quanto ci mette, potrebbe metterci anche due settimane, una volta mi è capitata una cosa del genere.

-Sì, chissà quanto ci mette in Italia. In Italia ogni cosa dipende da Dio.

-Dal papa, vorrà dire.

-Si, da un papa tedesco.

(seguono interminabili attimi di imbarazzato silenzio)

IV – Bambini, il corso è finito. Scrivete un testo su un aspetto della vacanza che vi è rimasto particolarmente impresso.

“Alla prossima puntata”

La scrittura creativa e le tavole rotonde dove si leggono i racconti mi hanno sempre messo in imbarazzo. Non dico la lettura in pubblico, ma proprio la sola idea di dover portare qualcosa su un foglio di carta – o di pixel – basta a mettermi in imbarazzo. E quando devo scrivere qualcosa, per esigenza interiore o per imposizione esterna, vengono fuori solo testi che sanno di una micidiale miscela di ironia, sarcasmo e tentazioni suicide esistenzialiste. No, cari ascoltatori, non vi disturberò con questa cosa, l’ho già fatto due volte e ça suffit. Ma coglierò comunque lo spunto per chiudere il cerchio ideale che ho incominciato a scrivere con le riflessioni di Loewenberg.

Perché proprio Loewenberg? Al mondo c’è un casino di posticini come Loewensberg. Si, proprio così, avete ragione etc. etc. lo so. Ma Loewenberg mi ha mostrato l’altra faccia di questo paese, una faccia che forse si oppone al cosmopolitismo berlinese e forse lo richiede. Un bisogno reciproco, uno sfondo sul quale la società getta le ombre della città. Il regista dotto direbbe “hard light”, Walter Benjamin (e Brian Ferneyhough con lui) citerebbero le loro “Kurze Schatten” [lett. “Ombre corte”] per descrivere i colori e  i giochi d’ombre del rapporto città-campagna. Lo confesso: Loewensberg si è impresso nella mia immagine idillica e idealizzata della Germania e l’ha modificata. L’ex divinità, Berlino, è scesa dall’Olimpo o, detta in brutale onestà, è scivolata rovinosamente. Prima delusione: come può essere? Cazzo, ho pagato per vedere posti da turisti, non per fare visita a tre vecchi mezzi ubriachi che parlano di Bundesliga! Ma. C’è sempre un ma, qualcosa da obiettare. Loewensberg mi ha ricordato ancora una volta che il sublime richiede l’abisso per splendere, e che il piccolo ha ben bisogno di qualcosa verso cui tendere.

Ma… penso veramente così? Ja oder nein? Ma questa è tutt’altra domanda e nell’episodio odierno del mio telefilm berlinese non c’è tempo. Forse non ci sarà un altro telefilm berlinese, chissà… alla prossima puntata, alla prossima puntata.

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