Boris Pil’njak, “L’anno nudo”

Standard

(questo post è comparso anche su Tonno che fuma)

Prima di incominciare questa scheda, urge una premessa. Chi scrive non ha certo pregiudizi verso ciò che si dice “arte contemporanea”, vale a dire il multiforme insieme delle manifestazioni artistiche che, a partire dai primi del novecento – riassumendo per sommi capi – ha veicolato l’immagine di un mondo in crisi nei suoi più profondi assunti filosofici e spirituali. E’ inutile sottolineare il ruolo decisivo di questa “revisione di valori” nello sgretolare le forme d’arte più consolidate dalla tradizione, fossero esse nella musica (dove Schoenberg, con la cosiddetta “emancipazione della dissonanza”, decretò la fine della tonalità), nell’arte figurativa (basti pensare alla nascita dell’astrattismo) o nella letteratura (valga come esempio su tutti un’opera come Ulysses di James Joyce).
E’ quindi scongiurato il rischio di una lettura con il paraocchi, che rifugge schifata qualsiasi forma di scrittura apparentemente non riconducibile ai canoni tradizionali.
Si è però molto perplessi nel giudicare romanzi come Golyj god/L’anno nudo di Boris Pil’njak. Le recensioni disponibili su internet sono discordi nel valutare questo romanzo dei primi del novecento russo: c’è chi lo osanna come un capolavoro dimenticato e chi invece lo cestina senza appello. Come porsi allora davanti a questo lavoro? Soprattutto, vale veramente la pena di liquidare sbrigativamente la faccenda in un senso o nell’altro?
Innanzitutto, vediamo di fare un po’ d’ordine e di identificare ciò di cui stiamo parlando. Boris Pil’njak (1894 – 1937) viene annoverato dalla manualistica in quella serie di autori che nella neonata URSS, a cavallo tra l’età di Lenin e i primi anni di quella di Stalin, offrirono, in tempi e con modalità differenti, un’immagine della realtà diversa da quella del cosiddetto “realismo socialista”: si era infatti venuto a creare un forte controllo sulle espressioni artistiche da parte dello stato, che si preoccupava di soffocare quanto fosse in disaccordo con le principali direttive ideologiche dettate dal Partito. Tra gli “scrittori maledetti” che subirono una forte censura e/o damnatio memoriae e furono costretti a venire a patti con la realtà (in termini di autocritica o esilio forzato), vengono annoverati nomi illustri come Esenin e Bulgakov, oltre a personaggi meno noti al pubblico occidentale come Zamjatin (autore di My/Noi, romanzo precursore del genere distopico) e appunto Pil’njak.
Ma veniamo al romanzo: di cosa parta L’anno nudo? L’anno cui allude il titolo è il 1919: siamo nel periodo di guerra civile immediatamente successivo alla Rivoluzione d’Ottobre, in una terra, la profonda Russia continentale quasi a ridosso del Caucaso, segnata da lotte intestine tra varie frazioni politiche (bolscevichi, anarchici…), miseria, carestie. Pil’njak dà una lettura profondamente pessimista di questa situazione politica e sociale: al crollo delle antiche certezze dello zarismo non è corrisposto nella società un altrettanto rapido riorientamento valoriale verso il bolscevismo, e ciò si deduce dal senso di incertezza, dal sentimento di inazione e di impotenza verso la realtà che pervadono tutte le figure del romanzo. A ciò si aggiungano alcune considerazioni provenienti dalla voce autoriale, che compie un’importante glossa sull’annosa questione identitaria russa: nella Russia della guerra civile si respira un disorientamento forte, una frammentazione ulteriore in un’autocoscienza nazionale strutturalmente scissa tra contraddittori sentimenti di appartenza all’Europa, all’Occidente (inteso come categoria culturale di civiltà, lumi, progresso, potenza coloniale) e all’Asia, all’Oriente (il riferimento è sempre stato, nel pensiero russo, al presunto regresso dovuto al plurisecolare dominio imposto alla Russia dai Mongoli dell’Orda d’oro). La Rivoluzione avrebbe così incarnato, stando alle parole di Pil’njak, le primordiali forze asiatiche della Russia, riportandola perciò in un’inedita posizione di forza e potenza, prima che davanti agli altri stati, davanti ai propri fantasmi storico-identitarie.
Ma al di là delle considerazioni che potremmo considerare a vario titolo ideologiche, di cosa parla precisamente il romanzo? Quali vicende ci offre l’autore? Ebbene, è impossibile dire che L’anno nudo abbia una trama. Manca quello che i formalisti avrebbero definito sjuzhet, ovvero un intreccio di eventi delineati all’interno di una sequenza che ha sempre un capo e una coda. Mancano in sostanza delle vicende sufficientemente ben delineate da essere suscettibili di uno sviluppo letterario, e quindi di essere lette. Siamo davanti ad un mosaico eterogeneo di storie personali: nella città di Ordynin, sfondo su cui viene proiettata la costellazione di personaggi ed eventi proposta dal romanzo, compaiono nobili decaduti, rivoluzionari delusi, anarchici, malati terminali con aspirazioni suicide. A legare le loro storie personali, abbozzate velocemente, irregolarmente eppure in modo abbastanza vivo, giunge il costante e martellante riferimento alla Rivoluzione d’Ottobre, vera e propria ossessione che percorre il romanzo da cima a fondo.
Manca qualcosa. La moltiplicazione vertiginosa delle figure, degli “attori” all’interno di un romanzo, è un procedimento che normalmente richiede un dominio sicuro della materia letteraria da parte dello scrittore. Valga come esempio in questo senso Il maestro e Margherita di Bulgakov, dove la comparsa di una messe di figure eterogenee riflette la caoticità di una realtà dove naturale e sovrannaturale si intrecciano continuamente, senza però che la narrazione perda in senso complessivo di coesione ed unità. Non si può dire che altrettanto avvenga ne L’anno nudo, dove la moltiplicazione dei piani narrativi non avviene con la stessa felicità che contraddistingue il romanzo di Bulgakov. Eppure la lettura restituisce una certa sensazione, almeno ad una prima lettura, di modernità, di un quadro della società post-rivoluzionaria russa complessivamente vivido: permane però, alla fine del romanzo, una sensazione di amaro in bocca, quasi la narrazione non avesse avuto un esito appagante.
C’è da dire infine che, mentre romanzi come Il maestro e Margherita possiedono una forza che trascende le condizioni concrete di creazione dell’opera, altrettanto non avvenga ne L’anno nudo, strutturalmente e tematicamente legato a doppio filo alla Rivoluzione: se si vuole considerare un romanzo un capolavoro, bisogna che questo sia in grado di offrire messaggi validi al di là delle situazioni storiche contingenti riproposte nella narrazione e spesso, come in questo caso, coincidenti con le “quinte” del romanzo.
Insomma, probabilmente la verità nei giudizi su questa opera di Boris Pil’njak stanno nel mezzo. Ad ogni modo, se volete toccare con mano, recentemente l’opera è stata riproposta da UTET, dopo una prima pubblicazione Garzanti nel 1965. A sostanziale parità di traduzione e di prezzi, è quasi consigliato l’acquisto sul mercato dell’usato dell’edizione Garzanti, che ha una sovracoperta decisamente più intrigante dell’anodina brossura UTET.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...