Frammenti berlinesi, parte I

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Prove tecniche per una prefazione

Fare un corso di germanistica a Berlino vuol dire tante cose: bere tanta birra, pagare un cartone da sei di birra poco più di tre euro, nausearsi per il solito pranzo fatto di Currywurst e patatine con la maionese, andare per la prima volta in vita propria in discoteca ed uscirne dopo dieci minuti (tra discoteca e biblioteca, meglio biblioteca), litigare con una dispensa di trecento pagine non rilegate (e godere quando la si getta via a fine viaggio), partecipare alle lezioni e, last but not least, prendere parte agli esercizi di scrittura creativa che gli insegnanti “propongono”, nella speranza di esercitare una lingua che altrimenti resta confinata al piano dell’espressione parlata. Nemmeno troppo bene, poi.

Il risultato spesso non è entusiasmante: la “palette” in genere va dallo scampato aborto al neonato cui la natura non ha concesso il dono della bellezza. Wow! Eppure ogni tanto qualcosa di simpatico viene fuori. E c’è grande piacere nel ritrovare il proprio stile di scrittura e il proprio modo di giocare con le parole in un terreno ostile come può essere – e di norma lo è, fino a prova contraria – una lingua straniera. Gli stranieri poi non capiscono lo humor da Tonno e ci restano mediamente di sale, ma tutto sommato chi se ne frega.

Ho scritto per la prima volta in tedesco, ho tradotto per la prima volta me stesso: un doppio debutto. Ed ecco quindi ciò che si è più o meno salvato: tre piccoli frammenti, tutti legati alla vita berlinese e ad un incontro illuminante con la campagna brandeburghese, in ispecie con un piccolo posto dimenticato da Dio che porta il nome di Loewenberg. Tenete a mente questo nome: sarà il filo rosso che lega, in modo nemmeno troppo implicito, i miei brevi récit de voyage.

A voi.

I – Bambini, descrivete la nostra bellissima ed originalissima gita di ieri a Loewenberg.

“Loewenberg (Mark)”: questo era scritto. Solo il cartello, due binari, un edificio. E quasi nient’altro, se non un ristorante chiuso e due costruzioni anonime. Eravamo capitati in un deserto, e le uniche tracce della civiltà erano due edifici completamente muti e, a tutta prima, disabitati. E il cielo grigio-bianco gettava una specie di ombra chiara sulla campagna, di modo che tutti i colori impallidivano alla mia vista e che io altro non percepivo, se non una realtà in bianco e nero. So già la domanda: il bianco e nero è artificiale, non c’è alcuna realtà in bianco e nero propriamente intesa, è solo un’invenzione. No, ce n’è una. E quella scena, per quanto potesse essere variopinta e nonostante gli edifici rossi, la brughiera verde, le carrozze rosse del treno che era lì e gli alberi di cui non mi ricordo il colore, mi appariva cionondimeno solitaria, desolata, proprio in bianco e nero.

Più tardi siamo capitati in una piccola locanda e tutto sembrava così privo di colore, slavato.

Gli unici colori che mi era concesso di vedere erano quelli delle voci dei miei amici: chiari, variopinti, felici, dio sa quali fossero e che sentimenti esprimessero. Ma l’ambiente circostante, non solo il panorama, l’intero ambiente mi sembrava in qualche modo così sconsolato, dimenticato da dio… solitario. Solitario, solitario, solitario e ancora una volta solitario. Una contraddizione che urlava in silenzio e si accompagnava ai miei cupi pensieri.

II – E ora, facciamo un po’ di esercizi di scrittura creativa. Dai, scrivete una lettera.

Caro amico senza nome,

siedo qui alla scrivania e proprio non so cosa dovrei scrivere. Potrei parlarti del tempo, in ogni discorso il tempo è l’argomento che più si adatta alla discussione, se mancano altri argomenti. Non ti conosco, non ancora. Cosa ti piace, cosa non ti piace? Spesso la gente scrive di cose che sa già e ogni lettera diventa quindi un motivo per dire cose che già sono state dette. Vorrei che qualcuno mi offrisse l’opportunità di pormi domande su me stesso. Una richiesta impegnativa e forse un tantinello irritante, può essere, ma allora che scriviamo a fare? Le parole spesso sono glabre, fredde, vuote, prive di significato. “Mi fa schifo questo secolo di imbrattapagine”, disse il Franz Moor dei “Masnadieri” di Schiller, e potrei fare mie queste parole. Per questo ti scrivo, amico senza nome, per scrivere al silenzio. E il silenzio è il migliore amico del genere umano, perché coloro che parlano con lui non sentono solo la propria voce, ma hanno una chance per sentire gli spazi bianchi tra le parole, per guardarli, per toccarli con mano, per comprenderli. Nell’eterna convinzione che ciò che non è detto sia ciò che ha più significato.

Eternamente tuo

(continua…)

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