Archivio mensile:settembre 2011

Ipnosi regressiva

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Stasera vorrei parlare di ipnosi regressiva. Per chi non lo sapesse, cito la sempre informata Wikipedia cosa dice sull’argomento:

“L’ipnosi regressiva, secondo i sostenitori, è una metodologia utile, nel contesto di una psicoterapia, per far riaffiorare dall’inconscio ricordi, eventi o traumi che influenzano la vita presente di un paziente provocando dei problemi psicologici. Il termine “regressiva” sta a indicare che con questa pratica si cerca di stimolare, in un soggetto in trance, la capacità di ritornare indietro nel tempo ricordando esperienze rimosse. Durante la rievocazione intraipnotica il paziente può comunicare contenuti riferibili a presunte vite precedenti. Secondo il parere prevalente di molti scienziati, ciò è attribuibile ad immaginazione, falsi ricordi, suggestione e condizionamento da parte del conduttore che favorirebbe l’emersione nel soggetto di criptomnesie e confabulazioni. Di parere opposto sono invece altri ricercatori quali Raymond Moody, Brian Weiss, Ian Stevenson, Angelo Bona che nella loro pratica clinica affermano di avere riscontrato, durante le regressioni ipnotiche, l’emersione di contenuti riferibili a presunte vite precedenti. Le più antiche pratiche di regressione a vite precedenti compaiono nelle Upanisad, risalenti al 900 a.C. Patanjali, vissuto probabilmente tra il IX e il IV sec. a.C. e ritenuto il maggior esponente del Raja Yoga, negli Yogasutra definisce la regressione pratiprasavah (riassorbimento, nascita a ritroso). Secondo la scuola di pensiero a lui ispirata la regressione a vite precedenti sarebbe in grado di eliminare il karma accumulato nei samskara (impressioni coscienziali) durante esistenze precedenti.”

In pratica serve a rivivere per poco la vita precedente, nel caso in cui esistesse la reincarnazione della nostra coscienza.

Stasera sotto la guida del buon Michele Ierniero, ho provato a farmi ipnotizzare.

Con la sua voce baritonale e dotata di una calma tibetana, Michele mi ha sicuramente rilassato all’inverosimile, con una serie di “ordini” che mi imponeva. Il giochetto è durato un venti minuti, finchè non è arrivato il momento clou.

Mi sono ritrovato in un prato verde, davanti ad una casa coloniale in legno, bellissima, che all’Umberto Nobile del 20111 è sembrata abbastanza antica, ma l’”io” regressivo la vedeva come se fosse nuova. Entro, sempre guidato dalla voce di Michele, è all’inizio giro per la casa, bella, bellissima. Poi da un angolo appare una bambina, mi fissa. Vedo com’è vestita, un vestito rosso, con dei fiorellini bianchi. Ha dei capelli castano chiaro, lunghissimi, con due trecce ai lati. All’inizio non parla, mi guarda, con aria seriosa. Michele mi dice di chiederle come si chiama. Eseguo e la risposta è Janet. Poi le chiedo “Chi sono?” e lei con aria decisa risponde “Papà”. Le chiedo se è felice di vedermi e la risposta è affermativa, senza nemmeno pensarci. All’improvviso mi salta addosso, la prendo in braccio e ridiamo.

Usciamo fuori e ci ritroviamo nel prato verde, immenso. Le chiedo dove siamo, e mi risponde “Nel Tennessee”, uno stato anonimo degli Stati Uniti, con capitale Nashville. In effetti i paesaggi nel Tennessee sono molto simili a quelli descritti da me a Michele, ma comunque rimangono paesaggi molto comuni. Appaiono due cavalli, marroni, elegantissimi, che mangiano. La bimba corre verso di loro e mi chiama, perché vuole salire su uno di loro. Saliamo, ma il cavallo continua tranquillamente a brucare l’erba.

Vedo tante montagne in lontananza, e una casa, lontana, molto. Scendo e salgo sul tetto della casa, perché vicino ad un mulino c’è una scala che vi ci porta. Da lì inizio a parlare con la bambina. Le chiedo come si chiama papà, e lei, con mio sommo stupore risponde “Jack, Jack London”. Mi viene automaticamente da sorridere, e le chiedo, su consiglio di Michele, che mestiere facessi. La bambina candidamente risponde “Scrivi tante cose, per gli altri”.

A quel punto, seguendo la procedura dell’ipnosi regressiva, Michele mi dice di andare agli ultimi istanti della mia vita. Mi vedo in terza persona, in un letto, vecchio, molto. Capelli stempiati, ma abbastanza lunghi. Barba lunga, bianca. Vicino al letto una candela e una signora attorno sulla quarantina, che mi guarda, ma non con aria affranta. All’improvviso fisso la candela, che lentamente si spegne. Sono morto.
Mi sveglio e finisce il giochino.

Mi fondo al computer per vedere se Jack London, noto scrittore americano, avesse una vita di nome Janet e viveva nel Tennessee. Jack London nasce e vive in California, con qualche parentesi in Ohio. Muore a quarant’anni, mentre io mi vedevo vecchio sul letto di morte. E notizie di figlie, non ne trovo.

Ovviamente, non è esistito un Jack London nella storia dell’umanità, e “scrivere tante cose, per gli altri” non vuol dire necessariamente scrivere libri.
Comunque sia, è stata una mezz’ora ‘diversa’, molto interessante e curiosa.
Finisco citando Wikipedia, perché alla fine è la verità quello a cui tutti noi bramiamo:

“’Ipnosi regressiva è considerata dalla maggior parte dei medici e più in generale dalla comunità scientifica una procedura metodologica pseudoscientifica che crea dei falsi ricordi. La critica afferma che la fonte dei ricordi, presentati come frutto di vite passate, siano racconti creati dal subconscio influenzato dalle informazioni e dai suggerimenti forniti dal terapeuta. I ricordi creati sotto ipnosi non sono distinguibili dai reali ricordi e possono apparire più vivi di quelli reali.”

Jack London lo conoscevo principalmente perché era lo scrittore preferito del protagonista di ‘Into The Wild’, Christopher Johnson McCandless. Non per altro.

‘Jack London regna’ Alexander Supertramp

Sergio Bonelli

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E questa notte se n’è andato il più grande editore di fumetti italiano. Uno che ha messo la passione sempre davanti al suo lavoro.

E’ quello che ha fatto nascere in me la passione per i fumetti. Quello che mi ha regalato Dylan Dog e Napoleone.

Era un burbero buono ed un gran signore.

Ciao Sergio.

C’è chi è sempre con te…

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… e poi ci sono quelli che ti restano nel cuore, ovunque tu vada, qualunque strada tu scelga e qualunque cosa ti accada loro sono lì.
Puoi scegliere amori nuovi o semplicemente decidere che è il momento in cui devi star solo. E loro lì aspettano pazienti, sicuri, radicati nella loro convinzione che prima o poi  tu ti ricorderai di loro.

Puntualmente accade, perché è la voce di molti momenti, è il sound che ti lascia pietrificato e ti toglie il respiro, quello di chi cerca altro per non ammettere che è tutto lì sotto i suoi occhi quello che desidera, quello di chi cerca altro per essere convinto di avere il meglio proprio lì sotto i propri occhi.

Perché ad una voce così, ad un sound così, io non so proprio resistere; fa parte di me!

Frammenti berlinesi, parte II

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III – Interludio: un turista italiano all’ufficio postale di Dahlem

-Quanto ci mette questo pacco ad arrivare in Italia?

-Normalmente in Germania ci mette tre giorni; per l’Italia non so, noi mandiamo il pacco fino al confine e poi lo prende in carico una società italiana. Chissà quanto ci mette, potrebbe metterci anche due settimane, una volta mi è capitata una cosa del genere.

-Sì, chissà quanto ci mette in Italia. In Italia ogni cosa dipende da Dio.

-Dal papa, vorrà dire.

-Si, da un papa tedesco.

(seguono interminabili attimi di imbarazzato silenzio)

IV – Bambini, il corso è finito. Scrivete un testo su un aspetto della vacanza che vi è rimasto particolarmente impresso.

“Alla prossima puntata”

La scrittura creativa e le tavole rotonde dove si leggono i racconti mi hanno sempre messo in imbarazzo. Non dico la lettura in pubblico, ma proprio la sola idea di dover portare qualcosa su un foglio di carta – o di pixel – basta a mettermi in imbarazzo. E quando devo scrivere qualcosa, per esigenza interiore o per imposizione esterna, vengono fuori solo testi che sanno di una micidiale miscela di ironia, sarcasmo e tentazioni suicide esistenzialiste. No, cari ascoltatori, non vi disturberò con questa cosa, l’ho già fatto due volte e ça suffit. Ma coglierò comunque lo spunto per chiudere il cerchio ideale che ho incominciato a scrivere con le riflessioni di Loewenberg.

Perché proprio Loewenberg? Al mondo c’è un casino di posticini come Loewensberg. Si, proprio così, avete ragione etc. etc. lo so. Ma Loewenberg mi ha mostrato l’altra faccia di questo paese, una faccia che forse si oppone al cosmopolitismo berlinese e forse lo richiede. Un bisogno reciproco, uno sfondo sul quale la società getta le ombre della città. Il regista dotto direbbe “hard light”, Walter Benjamin (e Brian Ferneyhough con lui) citerebbero le loro “Kurze Schatten” [lett. “Ombre corte”] per descrivere i colori e  i giochi d’ombre del rapporto città-campagna. Lo confesso: Loewensberg si è impresso nella mia immagine idillica e idealizzata della Germania e l’ha modificata. L’ex divinità, Berlino, è scesa dall’Olimpo o, detta in brutale onestà, è scivolata rovinosamente. Prima delusione: come può essere? Cazzo, ho pagato per vedere posti da turisti, non per fare visita a tre vecchi mezzi ubriachi che parlano di Bundesliga! Ma. C’è sempre un ma, qualcosa da obiettare. Loewensberg mi ha ricordato ancora una volta che il sublime richiede l’abisso per splendere, e che il piccolo ha ben bisogno di qualcosa verso cui tendere.

Ma… penso veramente così? Ja oder nein? Ma questa è tutt’altra domanda e nell’episodio odierno del mio telefilm berlinese non c’è tempo. Forse non ci sarà un altro telefilm berlinese, chissà… alla prossima puntata, alla prossima puntata.

IVA

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Hanno aumentato l’Iva. Di un 1%.

Avremo più Iva Zanicchi e quindi più Zingare. E la Lega cosa avrà da dire in proposito?

Che poi in questi giorni tutti a dare addosso a B. per la storia della Merkel. Ma porcaccia ha ragione. Alzi la mano chi non pensi che sia una coolona? Poi oh se B. può scegliere tra tutte quelle sventole, dimmi te perché dovrebbe cedere alla Merkel.
Già me lo immagino B. :” Hey Gianpy, non è che mi porti una coolona, che mi son stancato di tutte queste strafighe qui?”

Dicevamo aumenta l’Iva. E meno male che non hanno aumentato la Milva altrimenti sarebbe stato peggio!

Aumenterà non su tutti i prodotti, e sopratutto non su quelli che usiamo per mangiare. A meno che non mangiamo carburanti, che quelli si sa non vedono l’ora di alzare i prezzi. Manco li estraesse Gheddafi in persona.
Comunque dicevo, non aumenterà nulla sugli alimenti, né in bolletta. Anche se, il gassss è tassato al 20%, quindi cucinare costerà di più!
E anche stare al calduccio d’inverno. E anche andare dal parrucchiere, che quelli, si sa, la crisi proprio non l’hanno sentita, perché non si è visto in giro aumento di capelloni. Tra l’altro, ho scelto il periodo peggiore per portare i capelli corti.
Che tanto poi nel dubbio, aumenteranno tutto. Spero anche il mio voto al prossimo esame di Martedì, che si sa, questi aumenti non risparmiamo proprio nessuno!

Consoliamoci con il campionato e la sua Partita Iva

PS: Questa è una prova di scrittura alla UltraWildBand. Perdonate l’imitazione, conforme all’originale. Ma mi son solo adeguato ai nuovi proprietari italiani, con gli occhi a mandorla e tanto giallini!

Boris Pil’njak, “L’anno nudo”

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(questo post è comparso anche su Tonno che fuma)

Prima di incominciare questa scheda, urge una premessa. Chi scrive non ha certo pregiudizi verso ciò che si dice “arte contemporanea”, vale a dire il multiforme insieme delle manifestazioni artistiche che, a partire dai primi del novecento – riassumendo per sommi capi – ha veicolato l’immagine di un mondo in crisi nei suoi più profondi assunti filosofici e spirituali. E’ inutile sottolineare il ruolo decisivo di questa “revisione di valori” nello sgretolare le forme d’arte più consolidate dalla tradizione, fossero esse nella musica (dove Schoenberg, con la cosiddetta “emancipazione della dissonanza”, decretò la fine della tonalità), nell’arte figurativa (basti pensare alla nascita dell’astrattismo) o nella letteratura (valga come esempio su tutti un’opera come Ulysses di James Joyce).
E’ quindi scongiurato il rischio di una lettura con il paraocchi, che rifugge schifata qualsiasi forma di scrittura apparentemente non riconducibile ai canoni tradizionali.
Si è però molto perplessi nel giudicare romanzi come Golyj god/L’anno nudo di Boris Pil’njak. Le recensioni disponibili su internet sono discordi nel valutare questo romanzo dei primi del novecento russo: c’è chi lo osanna come un capolavoro dimenticato e chi invece lo cestina senza appello. Come porsi allora davanti a questo lavoro? Soprattutto, vale veramente la pena di liquidare sbrigativamente la faccenda in un senso o nell’altro?
Innanzitutto, vediamo di fare un po’ d’ordine e di identificare ciò di cui stiamo parlando. Boris Pil’njak (1894 – 1937) viene annoverato dalla manualistica in quella serie di autori che nella neonata URSS, a cavallo tra l’età di Lenin e i primi anni di quella di Stalin, offrirono, in tempi e con modalità differenti, un’immagine della realtà diversa da quella del cosiddetto “realismo socialista”: si era infatti venuto a creare un forte controllo sulle espressioni artistiche da parte dello stato, che si preoccupava di soffocare quanto fosse in disaccordo con le principali direttive ideologiche dettate dal Partito. Tra gli “scrittori maledetti” che subirono una forte censura e/o damnatio memoriae e furono costretti a venire a patti con la realtà (in termini di autocritica o esilio forzato), vengono annoverati nomi illustri come Esenin e Bulgakov, oltre a personaggi meno noti al pubblico occidentale come Zamjatin (autore di My/Noi, romanzo precursore del genere distopico) e appunto Pil’njak.
Ma veniamo al romanzo: di cosa parta L’anno nudo? L’anno cui allude il titolo è il 1919: siamo nel periodo di guerra civile immediatamente successivo alla Rivoluzione d’Ottobre, in una terra, la profonda Russia continentale quasi a ridosso del Caucaso, segnata da lotte intestine tra varie frazioni politiche (bolscevichi, anarchici…), miseria, carestie. Pil’njak dà una lettura profondamente pessimista di questa situazione politica e sociale: al crollo delle antiche certezze dello zarismo non è corrisposto nella società un altrettanto rapido riorientamento valoriale verso il bolscevismo, e ciò si deduce dal senso di incertezza, dal sentimento di inazione e di impotenza verso la realtà che pervadono tutte le figure del romanzo. A ciò si aggiungano alcune considerazioni provenienti dalla voce autoriale, che compie un’importante glossa sull’annosa questione identitaria russa: nella Russia della guerra civile si respira un disorientamento forte, una frammentazione ulteriore in un’autocoscienza nazionale strutturalmente scissa tra contraddittori sentimenti di appartenza all’Europa, all’Occidente (inteso come categoria culturale di civiltà, lumi, progresso, potenza coloniale) e all’Asia, all’Oriente (il riferimento è sempre stato, nel pensiero russo, al presunto regresso dovuto al plurisecolare dominio imposto alla Russia dai Mongoli dell’Orda d’oro). La Rivoluzione avrebbe così incarnato, stando alle parole di Pil’njak, le primordiali forze asiatiche della Russia, riportandola perciò in un’inedita posizione di forza e potenza, prima che davanti agli altri stati, davanti ai propri fantasmi storico-identitarie.
Ma al di là delle considerazioni che potremmo considerare a vario titolo ideologiche, di cosa parla precisamente il romanzo? Quali vicende ci offre l’autore? Ebbene, è impossibile dire che L’anno nudo abbia una trama. Manca quello che i formalisti avrebbero definito sjuzhet, ovvero un intreccio di eventi delineati all’interno di una sequenza che ha sempre un capo e una coda. Mancano in sostanza delle vicende sufficientemente ben delineate da essere suscettibili di uno sviluppo letterario, e quindi di essere lette. Siamo davanti ad un mosaico eterogeneo di storie personali: nella città di Ordynin, sfondo su cui viene proiettata la costellazione di personaggi ed eventi proposta dal romanzo, compaiono nobili decaduti, rivoluzionari delusi, anarchici, malati terminali con aspirazioni suicide. A legare le loro storie personali, abbozzate velocemente, irregolarmente eppure in modo abbastanza vivo, giunge il costante e martellante riferimento alla Rivoluzione d’Ottobre, vera e propria ossessione che percorre il romanzo da cima a fondo.
Manca qualcosa. La moltiplicazione vertiginosa delle figure, degli “attori” all’interno di un romanzo, è un procedimento che normalmente richiede un dominio sicuro della materia letteraria da parte dello scrittore. Valga come esempio in questo senso Il maestro e Margherita di Bulgakov, dove la comparsa di una messe di figure eterogenee riflette la caoticità di una realtà dove naturale e sovrannaturale si intrecciano continuamente, senza però che la narrazione perda in senso complessivo di coesione ed unità. Non si può dire che altrettanto avvenga ne L’anno nudo, dove la moltiplicazione dei piani narrativi non avviene con la stessa felicità che contraddistingue il romanzo di Bulgakov. Eppure la lettura restituisce una certa sensazione, almeno ad una prima lettura, di modernità, di un quadro della società post-rivoluzionaria russa complessivamente vivido: permane però, alla fine del romanzo, una sensazione di amaro in bocca, quasi la narrazione non avesse avuto un esito appagante.
C’è da dire infine che, mentre romanzi come Il maestro e Margherita possiedono una forza che trascende le condizioni concrete di creazione dell’opera, altrettanto non avvenga ne L’anno nudo, strutturalmente e tematicamente legato a doppio filo alla Rivoluzione: se si vuole considerare un romanzo un capolavoro, bisogna che questo sia in grado di offrire messaggi validi al di là delle situazioni storiche contingenti riproposte nella narrazione e spesso, come in questo caso, coincidenti con le “quinte” del romanzo.
Insomma, probabilmente la verità nei giudizi su questa opera di Boris Pil’njak stanno nel mezzo. Ad ogni modo, se volete toccare con mano, recentemente l’opera è stata riproposta da UTET, dopo una prima pubblicazione Garzanti nel 1965. A sostanziale parità di traduzione e di prezzi, è quasi consigliato l’acquisto sul mercato dell’usato dell’edizione Garzanti, che ha una sovracoperta decisamente più intrigante dell’anodina brossura UTET.