Evgenij Zamjatin, “Noi”

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Tempo fa, con il buon Mistake, si parlava di romanzi distopici, di quei romanzi, in altre parole, che descrivono vere e proprie realtà da incubo: così come l’Utopia di Tommaso Moro dipinge una immaginaria realtà politica, sociale e culturale ideale, così i grandi romanzi distopici del novecento – penso a 1984 e alla Fattoria degli animali di Orwell, ai romanzi di Huxley, a Fahrenheit 451 di Bradbury – ci parlano di stati ugualmente non esistenti, che però risultano indesiderabili da ogni punto di vista: non è un caso che, oltre al termine “distopia”, si adoperi anche il più esplicito “cacotopia”, di area semantica affine, che etimologicamente denota un “brutto luogo”.
In ogni mercato editoriale esistono dei veri e propri prodotti dimenticati, libri scomparsi dalla circolazione per non aver avuto grande mercato: è il caso di un romanzo russo che viene accreditato da molti come il capostipite delle distopie letterarie del novecento, vale a dire “Noi” di Evgenij Zamjatin, autore sovietico che, dopo aver partecipato con entusiasmo alla Rivoluzione d’Ottobre e dopo un brillante esordio come scrittore, finì per diventare inviso alle gerarchie del PCUS (tant’è che “Noi” uscì dapprima all’estero, ovviamente in traduzione).
“Noi” fu pubblicato per la prima volta in Italia qualche decennio fa: lo tradusse Ettore Lo Gatto, illustre capostipite della slavistica italiana del secolo scorso. Per alterne vicende, “Noi” – che all’epoca, se non ricordo male, usciva per i tipi di Feltrinelli – non venne più stampato e sopravvisse in pochi esemplari, conservati perlopiù da ben fornite biblioteche universitarie. Pochi anni fa un piccolo editore milanese, Lupetti, ha avuto la brillante idea di “resuscitare” questo romanzo e di pubblicarlo in una nuova traduzione, inaugurando una collana di capolavori portati a nuova vita dall’emblematico titolo “I rimossi”.

Evgenij Zamjatin, "Noi"

La copertina del romanzo.

La società da incubo che Zamjatin ci mette davanti è altamente spersonalizzante: nello “Stato Unico”, immaginaria entità politica del futuro sorta dopo una guerra globale durata duecento anni, il singolo non esiste come individuo, ma solo come piccola parte di un tutto, lo “Stato Unico” appunto. In una realtà dominata dall’idea di una felicità definibile matematicamente, a costo dell’assoluto annichilimento della volontà e del sentire individuali, le persone sono identificate non con nomi e cognomi, ma con numeri, e il ruolo di ognuno è rigidamente stabilito dalle cosiddette “Tavole della Legge”, che altro non sono se non una rigida applicazione dei principi del taylorismo.
Di più non voglio anticipare. Se è vero che “Noi” non raggiunge probabilmente la felicità artistica, ad esempio, dei grandi lavori di Orwell, è comunque chiaro che ci troviamo davanti ad un meccanismo narrativo di qualità, che appassiona il lettore e che lo tiene costantemente inchiodato alla pagina, nonostante alcune piccole legnosità rinvenibili soprattutto nella figura del protagonista, narratore in prima persona che racconta sotto forma di diario la realtà in cui vive.
Peccato che l’editore Lupetti non goda di una distribuzione capillare sul territorio italiano: il suo catalogo, e quindi anche “Noi”, è comunque ordinabile su internet (www.lupetti.com).

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